Un divorzio giapponese

image“Per gli smarriti le illusioni dei tre mondi.                                                        Per gl’illuminati la consapevolezza che tutto e’ vano. In origine non v’era ne’ Est ne’ Ovest.  Dove sta il Nord e il Sud?”

Lo ammetto, ho comprato questo libro a scatola chiusa. Ero nella libreria di una stazione, in attesa di un treno in ritardo e mi ha colpito il titolo: Gli insetti preferiscono le ortiche, cioè, come ho scoperto successivamente, “de gustibus non est disputandum”.  Non avevo mai letto nulla di Jun’ichirō Tanizaki e anche questo ha solleticato la mia curiosità.

Si parla di un matrimonio che sta per sfumare in una separazione. Kanamè, il protagonista maschile, ha smesso di desiderare la moglie Misako poco dopo le nozze, causando una sofferenza sommessa, appena sussurrata. Con il tempo sono divenuti dei perfetti estranei, eppure non sanno risolversi a prendere una decisione definitiva. Benchè occidentalizzati, Kanamè e Misako sono ancora molto legati alle convenzioni sociali e alle tradizioni, che trovano espressione nella figura del padre di Misako.
L’autore ci offre un ritratto del suo Giappone di inizio ‘900, elegante e poetico come una pittura tradizionale ad inchiostro, dove vuoto e pieno, silenzi e parole si alternano sapientemente.

Misako, che cerca amore ed una faticosa autonomia, è costretta a subire le decisioni del padre e del marito. Non c’è ancora spazio per una donna “che abbia idee proprie e sensibilità, col passar degli anni diventa noiosa e sgradevole; è quindi meglio innamorarsi di una che si possa amare semplicemente, come una bambola”.
Kanamè, l’eterno indeciso dai pensieri nebulosi, sembra trovare conforto e sicurezza nello stile di vita del suocero.
Accompagnata da una pioggia scrosciante e ristoratrice, la soluzione apparirà come un’illuminazione solo nelle ultime righe del romanzo.

Jun’ichirō Tanizaki, Gli insetti preferiscono le ortiche, Elliot Edizioni 2016

Dorothy Parker e i suoi racconti a ritmo di charleston

ParkerBamboccioni, frivoli, meschini, di certo da non sposare. Sono gli uomini dipinti con pungente sarcasmo da Doroty Parker (1893-1967), irrequieta e affascinante signora americana degli anni della Depressione, dotata di una penna brillante e ironica che le valse collaborazioni con testate come “Vogue”, “Vanity Fair” e “New Yorker”. Gli attori dei suoi romanzi e dei suoi racconti – come questi, scritti proprio per il “New Yorker” – sono uomini e donne dell’alta società, immersi in un mondo privilegiato e fatuo e oggetto, tuttavia, dei  pettegolezzi che animano i loro parties eleganti.

Fu sceneggiatrice per Hollywood e una dei fondatori dello snobbissimo circolo letterario Algonquin round table, noto come Il circolo vizioso.  Il suo impegno politico la portò a battersi contro la pena di morte, a schierarsi con i Lealisti nella guerra civile spagnola, a fondare negli anni Trenta, con alcuni amici, La lega antinazista e a sostenere con passione la causa di Martin Luther King.

Si sposò e divorziò più volte, ebbe diversi amanti e divenne il simbolo della New York più mondana, ma la sua feroce critica alla borghesia americana del proibizionismo e del charleston, a cui lei stessa apparteneva e il suo stile di vita anticonformista, le crearono molte difficoltà.

Per le sue idee socialiste fu allontanata da Hollywood e processata dal governo americano. La sua storia personale fu segnata da eventi dolorosi fin dall’infanzia e spesso cercò rifugiò nell’alcool, arrivò perfino a tentare il suicidio, ma anche su questo tragico episodio riuscì, poi, con incredibile coraggio a ironizzare: “I rasoi fanno male; i fiumi sono freddi; l’acido macchia; i farmaci danno i crampi; le pistole sono illegalI, i cappi cedono… tanto vale vivere”.

Si spense, sola e alcolizzata, in una piccola stanza d’albergo, lasciandoci  un’ultimo frutto geniale della sua ironia amara e pungente: “Scusate la polvere”, l’epitaffio per la sua tomba.

Dorothy Parker, Uomini che non ho sposato, La Tartaruga edizioni, Milano 2006.