L’amante di Wittgenstein

IMG_6907Un flusso di pensieri incessante, ossessivo, per cercare di colmare il vuoto inaccettabile di un lutto. Il romanzo di David Markson è questo e molto di più. Kate, la protagonista, che scrive in prima persona, un tempo pittrice professionista, è convinta di essere l’unico essere vivente rimasto al mondo.
“In principio lasciavo messaggi nelle strade. Qualcuno vive nel Louvre, dicevano alcuni di questi messaggi. O nella National Gallery. Naturalmente dicevano così solo quando ero a Parigi o a Londra. Non è venuto nessuno, ovviamente.”
Non c’è più nessuno, dopo la terribile e inaccettabile perdita del figlio, non c’è più il marito, che l’ha abbandonata, non ci sono altri uomini che possano sostenerla, nemmeno l’arte le offre più conforto. Il mondo che la circonda, come suggerisce Wallace nel bel saggio in appendice, è una “vuota pienezza”, fatta di ricordi che si intrecciano, di nomi confusi e riportati con ostinazione alla memoria, di episodi vissuti che sfumano nel continuo tentativo della protagonista di ricostruire tutto, anzi di ricostruirsi, applicando la fredda logica del Tractatus di Wittgenstein.
“Il mondo è tutto ciò che accade” e Kate cerca di ordinare ogni cosa nella sua mente travolta dal dolore. Pagina dopo pagina ci coinvolge nel turbinio di riflessioni espresse in brevi aforismi, talvolta ironici, ma perlopiù stranianti e desolati. Kate si sente colpevole, non è più madre e non le viene più riconosciuto il ruolo di compagna. Si identifica di volta in volta in Elena, Clitemnestra, Cassandra e Medea, eroine tragiche di cui cerca disperatamente di presentare il lato semplicemente umano, di donne che amano, soffrono, studiano, leggono, magari masticando la matita. Sono donne come Kate, come noi, sole, nello spazio angusto di un ruolo scelto da altri, madri dolenti, compagne ferite. Colpevoli anche? Kate si sente responsabile dello svuotamento del mondo, per una colpa appena suggerita, che aleggia, cupa, per tutto il suo racconto. Ma può una donna essere la causa di una guerra devastante? “Una singola donna di Sparta, come qualcuno una volta l’ha definita. La vedo dura”.
Kate legge e brucia pagina dopo pagina ciò che legge, così come ha dato fuoco alla stanza del figlio, cercando pace nella distruzione simbolica di un passato insostenibile, “sebbene a quanto pare non ci si possa sbarazzare del bagaglio che si ha in testa.”
Sceglie, dunque di scrivere di sé, all’unica interlocutrice che le resta, sé stessa, in una casa di fronte al mare, su una spiaggia solitaria, nell’ultimo disperato tentativo di ricreare il mondo scrivendolo.
Il romanzo di Markson è colto, cerebrale, affascinante nel suo continuo riferirsi al pensiero di Wittgenstein, considerato a tal punto sperimentale, da essere rifiutato per ben quarantaquattro volte prima di essere pubblicato. Non è un libro di facile lettura, non certo per la scrittura, che al contrario è raffinata e godibilissima, ma per la toccante e coinvolgente descrizione della solitudine.
Finito di leggere oggi, davanti al mar Egeo, lo stesso di Elena, Clitemnestra, Medea, Cassandra…

D. Markson, L’amante di Wittgenstein, Edizioni Clichy, Firenze 2016.

Passioni e radici

Ara pacis augustae, 3 luglio, ore 13.30, uno dei miei luoghi preferiti. Entro attiraimageta dalla mostra dedicata al fotografo giapponese Domon Ken, ma, senza fretta, avvolta dall’atmosfera fresca e ovattata del museo, mi fermo ad accarezzare i marmi preziosi, eleganti, commoventi nella loro eterna e pura bellezza. Mi siedo, osservo gli sguardi ammirati dei pochi turisti e…sì, mi sento fiera delle mie radici.

La psicologa e il signor D.

FullSizeRenderElla, quercia in ebraico, è una donna forte, madre di un ragazzo autistico che si esprime disegnando e suonando il violoncello, fa la psicologa e lotta quotidianamente per conciliare la cura del figlio con la sua professione. Per questo, ha organizzato il suo studio in una delle stanze della casa. Alla fine di una di quelle giornate che sembrano interminabili, decide di ricevere un nuovo cliente, che al telefono le è sembrato anziano e disperato.

“Qual è il suo nome?”, chiede Ella a quello strano uomo, vestito esattamente come il Marlon Brando ritratto in un poster appeso nello studio. “Io sono colui che sono” risponde il nuovo paziente, chiedendo di essere chiamato semplicemente signor D.  Il dialogo surreale che segue è travolgente e con il suo sottile umorismo offre interessanti  spunti di riflessione.

Dopo molte insistenze Ella riesce a farsi dire chi è la persona seduta davanti a lei: il signor D. è Dio, un Dio talmente deluso dalla sua opera di creazione e in particolare dall’uomo, che ha deciso di morire. Un Dio disperato, che piange e si tormenta le unghie, a tratti anche crudele, ma sopratttutto bisognoso di una terapia psicologica. Una bella impresa per Ella, che non è nemmeno “una delle sue più grandi fan” e cerca in tutti i modi di liberarsi di quel paziente così impegnativo.

“Cominciamo col fatto che lei non ha una madre”. “E allora?” risponde D. “Allora” – dice Ella – “con chi ce la prendiamo per tutto quello che ha fatto?”.

Dunque il  Dio dal nome impronunciabile, proprio quel Dio che non può essere rappresentato, si manifesta nello studio di una psicologa ebrea offrendo la possibilità di un confronto diretto tra creatore e creatura, cercando di chiarire, seppure con il linguaggio pungente dell’umorismo yiddish, gli aspetti critici di quella relazione, come, ad esempio, il desiderio di onnipotenza, condiviso da entrambe le parti, da Dio, ma anche dall’uomo che ha ottenuto il libero arbitrio.

“Se lei è cambiato forse potremo farlo anche noi. Dopotutto siamo stati creati a sua immagine, giusto? Forse un giorno anche noi riusciremo a liberarci del nostro potere e a smettere di farci del male”.

Una piccola perla, un prezioso libricino per sorridere delle nostre divine debolezze.

Anat Gov (1953-2012), Oh Dio mio!, Giuntina 2016

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Amici?

imageIncontro un amico d’infanzia. Non ci vediamo quasi più, ma gli voglio bene da sempre. Mi presenta la sua compagna e le dice che ci conosciamo da quando siamo nati. Usa una cortesia formale, fredda.

Abbiamo davvero una percezione diversa delle distanze che si creano tra le persone. Crediamo che il tempo non possa scalfirci, coltiviamo romanticamente sentimenti che ci sembrano eterni e all’improvviso percepiamo che per qualcuno siamo diventati degli estranei.

Respiro. Incasso. Lascio andare.

Resistere, resistere, resistere

“Il 20 novembre del ’44, verso l’una di notte, si sentì bussare violentemente alla porta. Prima che potessimo rispondere la casa fu invasa da un gruppo delle Brigate Nere armato fino ai denti. Alcuni avevano circondato la casa, altri entravano e uscivano di corsa da tutte le stanze sperando di sorprendere mio fratello Emilio, partigiano. Per fortuna Emilio era riuscito a nascondersi e allora i fascisti, puntandomi una pistola alla testa chiesero a me notizie di mio fratello. Il loro capo, il famigerato Gaio Gradenigo, poiché non parlavo, ordinò di picchiarmi e così fecero con estrema violenza. Quando si stancarono con le mani, presero una cinghia di cuoio e un bastone.Tenendomi per i capelli mi picchiarono sulla testa col bastone, tanto che a tratti perdevo conoscenza. Poi, non ancora sazi, mi rovesciarono sul letto e mi montaronimageo sullo stomaco. Emilio, nel frattempo, era riuscito a fuggire da una finestra e così, per fortuna, cessarono le percosse. Uno dei fascisti aveva costretto mia madre ad uscire nei campi, in camicia da notte e scalza, e con una pistola puntata alla tempia le intimava di chiamare mio fratello”.
Dal diario di mio nonno, Aldo Bernardo Giacometti, classe 1908, commendatore della Repubblica Italiana.
Grazie a lui, a suo fratello Emilio, alla sua famiglia e a tanti altri italiani, oggi siamo un paese libero. BUON 25 APRILE A TUTTI!
(Nella foto: Aldo, primo da sinistra, suo fratello Mario, terzo da sinistra, deportato in Germania come militare, in primo piano, seduti, i loro genitori, Pietro, arrestato e torturato, ottantenne, dai nazisti, e Marianna).

Il grande male che non si deve dimenticare

imageOggi si ricorda il ‘metz yeghèrn’, il genocidio del popolo armeno, che ancora viene negato dal governo turco e spesso ignorato dall’Europa per non offendere la sensibilità turca. Per avere un’idea basta leggere le imbarazzanti notizie di questi giorni.
Lo scorso anno, in occasione del tragico centenario del genocidio, Giuntina ha voluto unire nel ricordo il “grande male’ armeno e la shoah del popolo ebraico, stampando “Pro Armenia”, la testimonianza di quattro uomini ebrei, testimoni diretti del genocidio, che hanno pubblicato il loro grido di orrore e di allarme nei mesi immediatamente successivi. Di questo prezioso libricino, vorrei ricordare oggi una presenza femminile, che rivive tra le righe scritte dal fratello. Si tratta di Sarah Aaronsohn, fondatrice ed attivista, insieme al fratello Aaron del NILI (Netzakh Ysrael Lo Yshaker), un gruppo clandestino di patrioti ebrei che fornì importanti informazioni alla Gran Bretagna, per la risoluzione del conflitto con l’impero ottomano. Sarah fu testimone diretta delle atrocità inflitte agli armeni e da questo rimarrà segnata per sempre. Fu scoperta e a causa della sua attività fu imprigionata e torturata. Morirà suicida, dopo quattro giorni di torture.
Azdvaz irentz Hokin Lusavore.
Che Dio copra di luce le loro anime.

http://www.corriere.it/…/genocidio-armeno-ue-cancella-link-…
http://www.agi.it/dalla-redazione/notizie/2016/04/23/news/tiurchia_deputato_armeno_parla_del_genocidio_contestato-717915/

 

 

Kaddish per Imre Kertész

imageImre Kertész, se ne é andato oggi, lasciandoci un’eredità di ricordi drammatici e struggenti, fissati con poetica crudezza negli indimenticabili romanzi, che nel 2002 gli valsero il Nobel per la Letteratura.

“Io sono qualcuno che ha visto la testa della Gorgone e che però ha conservato abbastanza forza da terminare un lavoro che parla con le persone usando un linguaggio che è umano”. Questa  frase fu il manifesto della sua arte e della sua vita di uomo colto e schivo, consegnato, appena quattordicenne, dal suo paese alla follia nazista, sopravvissuto all’orrore di Auschwitz e fino alla fine ancora inviso al governo ungherese.

Si sentiva quasi costretto alla scrittura, perchè l’orrore non si può dimenticare e allora  bisogna cercare di raccontarlo. Il suo romanzo più famoso è Essere senza destino, ma io voglio ricordarlo con il racconto in cui l’ho incontrato per la prima volta: Kaddish per il bambino non nato.

 Il kaddish è la preghiera ebraica per i defunti, dove la morte non compare mai e lascia spazio alla speranza e alla pace. Nel racconto di Kertész si trasforma in una riflessione sulla perdita, sulla paura di mettere al mondo un figlio, sulla razionalità del male, sull’esperienza annichilente di Auschwitz. Le parole si susseguono frenetiche, in un flusso di coscienza che ci lascia senza respiro, creano immagini di cupo dolore, ma rivelano la consapevolezza di una vita riconosciuta come fatto e al tempo stesso come esperienza spirituale. “Il mio lavoro non è altro che scavo”, ci confida il protagonista, “lo scavo ulteriore di quella fossa che altri hanno cominciato a scavare per me dalle nuvole, nei venti, nel nulla”. Ed è nel nulla delle acque impetuose del fiume oscuro, che chiede, alla fine, di poter immergere per l’eternità la sua fragile e caparbia esistenza.

Sit tibi terra levis.

יתגדל ויתקדש שמה רבה בעלמא די-ברא

כרעותה וימליך מלכותה בחיכון וביומיכון

ובחיי דכל-בית ישראל בעגלש ובזמן  קריב

ואמרו אמן

Imre Kertész (1929-2016), Kaddish per il bambino non nato, Feltrinelli.