La psicologa e il signor D.

FullSizeRenderElla, quercia in ebraico, è una donna forte, madre di un ragazzo autistico che si esprime disegnando e suonando il violoncello, fa la psicologa e lotta quotidianamente per conciliare la cura del figlio con la sua professione. Per questo, ha organizzato il suo studio in una delle stanze della casa. Alla fine di una di quelle giornate che sembrano interminabili, decide di ricevere un nuovo cliente, che al telefono le è sembrato anziano e disperato.

“Qual è il suo nome?”, chiede Ella a quello strano uomo, vestito esattamente come il Marlon Brando ritratto in un poster appeso nello studio. “Io sono colui che sono” risponde il nuovo paziente, chiedendo di essere chiamato semplicemente signor D.  Il dialogo surreale che segue è travolgente e con il suo sottile umorismo offre interessanti  spunti di riflessione.

Dopo molte insistenze Ella riesce a farsi dire chi è la persona seduta davanti a lei: il signor D. è Dio, un Dio talmente deluso dalla sua opera di creazione e in particolare dall’uomo, che ha deciso di morire. Un Dio disperato, che piange e si tormenta le unghie, a tratti anche crudele, ma sopratttutto bisognoso di una terapia psicologica. Una bella impresa per Ella, che non è nemmeno “una delle sue più grandi fan” e cerca in tutti i modi di liberarsi di quel paziente così impegnativo.

“Cominciamo col fatto che lei non ha una madre”. “E allora?” risponde D. “Allora” – dice Ella – “con chi ce la prendiamo per tutto quello che ha fatto?”.

Dunque il  Dio dal nome impronunciabile, proprio quel Dio che non può essere rappresentato, si manifesta nello studio di una psicologa ebrea offrendo la possibilità di un confronto diretto tra creatore e creatura, cercando di chiarire, seppure con il linguaggio pungente dell’umorismo yiddish, gli aspetti critici di quella relazione, come, ad esempio, il desiderio di onnipotenza, condiviso da entrambe le parti, da Dio, ma anche dall’uomo che ha ottenuto il libero arbitrio.

“Se lei è cambiato forse potremo farlo anche noi. Dopotutto siamo stati creati a sua immagine, giusto? Forse un giorno anche noi riusciremo a liberarci del nostro potere e a smettere di farci del male”.

Una piccola perla, un prezioso libricino per sorridere delle nostre divine debolezze.

Anat Gov (1953-2012), Oh Dio mio!, Giuntina 2016

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Amici?

imageIncontro un amico d’infanzia. Non ci vediamo quasi più, ma gli voglio bene da sempre. Mi presenta la sua compagna e le dice che ci conosciamo da quando siamo nati. Usa una cortesia formale, fredda.

Abbiamo davvero una percezione diversa delle distanze che si creano tra le persone. Crediamo che il tempo non possa scalfirci, coltiviamo romanticamente sentimenti che ci sembrano eterni e all’improvviso percepiamo che per qualcuno siamo diventati degli estranei.

Respiro. Incasso. Lascio andare.