Specchio, specchio delle mie brame…

OyeyemiUno, due, tre. La scelta minimalista e suggestiva con cui l’autrice scandisce le parti del suo romanzo è già di per sè una piccola magia che ci riporta immediatamente alle favole e ai giochi infantili.

Uno, due, tre, come i personaggi principali del libro. Boy, eterea ragazza dai capelli biondissimi e dai lineamenti eleganti, la  figlia rifiutata da una madre che sceglie di essere uomo e le impone a sua volta un nome maschile, generico, che nega genere e bellezza; Snow la figlia acquisita, bianca come la neve, affascinante e sconvolgente come un segreto indicibile; Bird, la figlia desiderata, la rivelazione inconsapevole, l’incontenibile desiderio di verità.

La giovane e promettente scrittrice ci offre una storia di donne, ritratte con tocchi sapienti e avvincenti, su cui spicca, tuttavia, un protagonista assoluto: lo specchio. Un simbolo forte che rimanda alla psicoanalisi e al tema del doppio, ma anche alla magia e alle fiabe. Lo specchio, così simile all’acqua, elemento femminile per eccellenza, riflette un’immagine capovolta, un mondo a rovescio.

Boy è spesso sedotta dalla sua immagine riflessa  e le piace moltiplicarla all’infinito accostando più specchi, Frances specchiandosi, un giorno si vede ritornare l’immagine di un uomo, Bird è il lato segreto di Snow,  è l’Alice di Carroll, che attraversa lo specchio.

Nella piccola cittadina di Flax Hill, tutti si conoscono e, nonostante la discriminazione razziale sia ancora una realtà, esiste un equilibrio fra le parti che permette una serena convivenza. In questo luogo sperduto del Massachusetts, tuttavia,  tutti amano produrre cose belle e, come dice la rosa al giglio nel racconto di Carroll, “col colore giusto si va lontano”. L’identità americana degli anni Cinquanta è costruita sulla pelle bianca e se una bambina di colore come Bird per carnevale indossa un costume da Alice disneyana tutti, compreso suo padre, lo scambieranno per un abito da  governante.

La nascita di Bird costringe la famiglia paterna a fare i conti con la propria identità, negata perfino dallo specchio che non la riflette, ma il confronto tra la seducente Snow e il suo doppio, anzichè ripercorrere il mito sanguinario dei fratelli nemici, getta un ponte tra passato e presente, tra madri e figlie che non sanno riconoscersi. Il segreto dei Whitman nel suo dissolversi svelerà anche il segreto della famiglia di Boy.

La scrittura di Oyeyemi è poetica e tagliente allo stesso tempo, incanta con visioni ed immagini ricercate e colpisce allo stomaco con situazioni disturbanti. Anche se il racconto si perde talvolta in acrobazie narrative, il romanzo è intenso e sorprendente come una fiaba e come tale ci spinge a cercare risposte.

Helen Oyeyemi, Boy, Snow, Bird, Einaudi, Torino 2016.

Dorothy Parker e i suoi racconti a ritmo di charleston

ParkerBamboccioni, frivoli, meschini, di certo da non sposare. Sono gli uomini dipinti con pungente sarcasmo da Doroty Parker (1893-1967), irrequieta e affascinante signora americana degli anni della Depressione, dotata di una penna brillante e ironica che le valse collaborazioni con testate come “Vogue”, “Vanity Fair” e “New Yorker”. Gli attori dei suoi romanzi e dei suoi racconti – come questi, scritti proprio per il “New Yorker” – sono uomini e donne dell’alta società, immersi in un mondo privilegiato e fatuo e oggetto, tuttavia, dei  pettegolezzi che animano i loro parties eleganti.

Fu sceneggiatrice per Hollywood e una dei fondatori dello snobbissimo circolo letterario Algonquin round table, noto come Il circolo vizioso.  Il suo impegno politico la portò a battersi contro la pena di morte, a schierarsi con i Lealisti nella guerra civile spagnola, a fondare negli anni Trenta, con alcuni amici, La lega antinazista e a sostenere con passione la causa di Martin Luther King.

Si sposò e divorziò più volte, ebbe diversi amanti e divenne il simbolo della New York più mondana, ma la sua feroce critica alla borghesia americana del proibizionismo e del charleston, a cui lei stessa apparteneva e il suo stile di vita anticonformista, le crearono molte difficoltà.

Per le sue idee socialiste fu allontanata da Hollywood e processata dal governo americano. La sua storia personale fu segnata da eventi dolorosi fin dall’infanzia e spesso cercò rifugiò nell’alcool, arrivò perfino a tentare il suicidio, ma anche su questo tragico episodio riuscì, poi, con incredibile coraggio a ironizzare: “I rasoi fanno male; i fiumi sono freddi; l’acido macchia; i farmaci danno i crampi; le pistole sono illegalI, i cappi cedono… tanto vale vivere”.

Si spense, sola e alcolizzata, in una piccola stanza d’albergo, lasciandoci  un’ultimo frutto geniale della sua ironia amara e pungente: “Scusate la polvere”, l’epitaffio per la sua tomba.

Dorothy Parker, Uomini che non ho sposato, La Tartaruga edizioni, Milano 2006.