I vicini scomodi

imageUna giovane donna che si affaccia alla vita, mentre la violenza nazi-fascista si abbatte a distruggere sogni ed affetti. Una testimonianza commovente, raccontata con delicatezza da Roberto Matatia, che da anni si impegna a diffondere la cultura ebraica e a mantenere vivo il ricordo dei martiri della shoah, “perchè non si verifichino pericolosi vuoti di memoria”.

Il libro narra la storia di Camelia Matatia e della sua famiglia, che nei primi anni Trenta arriva in Italia da Corfù e acquista una bella casa a Riccione, in riva al mare. Il caso vuole che qualche anno dopo anche Benito Mussolini acquisti una villa nella rinomata località romagnola, a due passi dai Matatia. Se per un breve periodo le vite delle due famiglie si incrociano pacificamente nelle assolate giornate estive e negli eventi mondani, improvvisamente i vicini ebrei diventano “vicini scomodi”. La follia delle leggi razziali travolge anche la famiglia di Camelia, adolescente solare e coraggiosa, che dopo l’arresto del padre si assume la responsabilità di fare da capofamiglia per i fratelli e per la madre, annichilita dal dolore. Nella tempesta che si abbatte sulla sua giovane esistenza, arriva, inaspettato, il calore di un amore, che la sosterrà fino al suo ultimo tragico viaggio. Mario, il suo innamorato, qualche anno fa donò a Roberto Matatia le lettere che gli aveva scritto Camelia. Il libro si conclude con l’ultima di queste, straziante, scritta mentre gli aguzzini – italiani, come i delatori che per poche lire avevano venduto la famiglia Matatia – aspettavano Camelia sulla porta di casa, per condurla senza pietà verso Auschwitz.

“Caro Mario, questa volta devo io scriverti una lettera d’addio, perchè non so quando potrò riscriverti e se lo potrò ancora. Scusa anche se venerdì non potrò venire, ma chissà dove sarò. […] Il nostro passato è stato così breve, ma colmo di tanto azzurro come un lembo di cielo. Quella sera è l’unico ricordo bello che io abbia di tutta la mia vita. Ma al di là c’era l’ignoto. […] Scusa se ti ho scritto poco e male, ma il tempo che mi hanno dato per mettere a posto le mie cose è molto poco. Addio”.

Era il 1°dicembre 1943. Camelia lascerà cadere la lettera dal camion che la porta via.

Roberto Matatia, I vicini scomodi, Giuntina, Firenze 2014

Ore d’ozio

imageKenkō Hōshi o Yoshida, scrittore e poeta giapponese del XIV secolo, era un monaco buddista di formazione aristocratica e un fine osservatore del mondo. “Nelle mie ore d’ozio” – dice- “seduto davanti al calamaio, vado annotando giorno dopo giorno, senza alcun motivo particolare, ogni pensiero che mi passa per la mente, per quanto futile sia: è una cosa, questa, che mi procura una sensazione davvero strana, simile ad una lieve ebbrezza”. Il suo ozio, dunque, non è pigra inattività, ma una coinvolgente immersione nel flusso della vita, stimolata dall’intima capacità di cogliere la poesia delle piccole cose e “lo spettacolo dei mutamenti della natura”.

“Anche se eccelle in mille cose, colui che non è incline all’amore è un essere imperfetto, simile ad una tazza preziosa cui manchi il fondo”.  E ancora: “Le cose non vanno mai per il verso da noi auspicato e riescono solo quelle ritenute prima irrealizzabili”.

I suoi pensieri sono indirizzati all’amore, alla bellezza femminile, all’osservazione degli astri e ai ricordi personali, delicatamente velati dalla malinconia, ma non mancano accenni alla vita politica del tempo. È un libro godibilissimo e affascinante, intessuto di spiritualità zen, potremmo definirlo un diario di viaggio, perchè, come scriveva il poeta Bashō, “ogni giorno è un viaggio e il viaggio stesso casa”.

Kenkō, Ore d’ozio, Feltrinelli, Milano 2012.

La strana biblioteca

la strana bibliotecaHo da poco scoperto, grazie a “laLettura” #214, un nuovo, irresistibile racconto di Haruki Murakami. A dire il vero era già apparso in Giappone nel 2005, ma Einaudi lo ha recentemente riproposto, arricchito dalle immagini del talentuoso Lorenzo Ceccotti. La sua grafica elegante e tagliente al tempo stesso, accompagna sapientemente i momenti salienti del racconto.

Il protagonista è un ragazzino che si trova imprigionato nel labirinto sotterraneo di una biblioteca, minacciato da un vecchio spaventoso e ripugnante che vuole succhiargli il cervello. La trama ha tutti gli ingredienti di un viaggio iniziatico: il percorso oscuro, entità  inquietanti, l’offerta di cibo sapienziale, la paura da superare per arrivare ad un’esistenza più cosciente. Il ragazzino lotta con i principi saldi della sua fanciullezza, che lo trattengono in una timorosa incapacità di reazione.  La possibilità di salvezza giunge allacciando nuove e improbabili relazioni con altre creature prigioniere, che lo spingono a rischiare, cercando una via di fuga a piedi scalzi – privato delle ali del suo animale protettore e delle scarpe, simbolo forte della cura materna – e  accettando senza timore ogni impaccio ed ogni asperità del suo percorso.  La realtà che lo aspetta non sarà facile, ma lo troverà pronto a volare con le sue ali.

Hermann Gunkel e le fiabe dell’Antico Testamento

Negli anni intorno al 1890, alle soglie del ventesimo secolo, nella facoltà teologica di Gottinga, in Germania, si creò un circolo di giovani studiosi, noto come “Religionsgeschichtliche Schule”. (1) I padri spirituali furono alcuni illustri insegnanti della facoltà, in particolare Albrecht Ritschl (1822-1889), rappresentante di spicco della cosiddetta teologia liberale, il noto filologo classico Ulrich von Wilamowitz- Moellendorf (1848-1931) e il teologo ed esegeta veterotestamentario Julius Wellhausen (1844-1918).

            La prima definizione di questo complesso fenomeno culturale si trova in un articolo di Otto Eißfeldt. (2) L’autore chiarisce che il gruppo è formato “da studiosi di teologia mossi da intenti e obiettivi comuni”, dunque, nonostante il nome sia stato coniato dagli stessi fondatori, non si tratta di una vera scuola con personalità trainanti e seguito di discepoli. Tuttavia, si riconobbe ad Albert Eichorn (1856 – 1926) il ruolo di “primus inter pares”, affiancato dagli altri fondatori Hermann Gunkel, William Wrede (1859 – 1906) e Wilhelm Bousset (1865 – 1920). Fecero parte del gruppo, anche Ernst Troeltsch, Hugo Greßmann, Rudolf Otto, e Rudolf Bultmann che, esponente di una più recente generazione di studiosi, si avvalse di mezzi innovativi come la critica formale e la demitizzazione.(3)

           La scuola di Gottinga aprì la strada ad innovative ricerche teologiche che avevano come presupposto lo studio storico-religioso del cristianesimo. Il metodo comparativo e storico-morfologico, unito all’ampliarsi delle conoscenze archeologiche e linguistiche del mondo antico, permisero di riconoscere nel cristianesimo analogie con altre religioni antiche e di uscire dalle rigidità della tradizione. “La storia dell’umanità è un grande insieme, un contesto universale in cui tutto è frutto e seme al tempo stesso […] La religione può essere compresa solo a partire da questo insieme”.(4) I primi scritti contenenti le idee innovative della scuola furono di Hermann Gunkel.(5)

Caratteristico del gruppo fu l’impegno a diffondere i risultati rivoluzionari delle loro ricerche anche al di fuori dell’ambiente teologico ed accademico. Nacquero così pubblicazioni divulgative, come le Forschungen zur Religion und Literatur des Alten und neuen Testaments (Ricerche sulla religione e la letteratura dell’Antico e del Nuovo Testamento)(6), l’enciclopedia Die Religion in Geschichte und Gegenwart (La religione nella storia e nel presente)(7) e la collana dei Religionsgeschichtliche Volksbücher      (Libri popolari di storia delle religioni)(8) in cui, nel 1917, venne pubblicato il saggio, che proponiamo per la prima volta in italiano. Il manifesto programmatico di questi Volksbücher spiega che «non si tratta di scritti tendenziosi. […] Essi vogliono insegnare a comprendere storicamente e criticamente religione, cristianesimo e chiesa, ma senza difenderli. La comprensione che comunicano proviene dalla più severa scienza della storia delle religioni. Perciò essi (senza volerlo) distruggeranno nel popolo molto di ciò che oggi si diffonde con la pretesa teologica di essere verità dimostrata, ma che in realtà non è sostenuto dalla ricerca. Essi (senza ricercarlo)confermeranno al popolo ciò che con scienza rigorosa si è provato essere la realtà. L’intento dei Volksbücher è esclusivamente questo: a chiari interrogativi, dare chiare e semplici risposte, scientificamente fondate. […] Nei Volksbücher chi ha dei dubbi, che non sono stati chiariti dall’insegnamento della religione e dalla Chiesa ufficiale, deve trovare la risposta in un buon tedesco, chiaro e comprensibile.[…] Se il nostro lavoro sia o meno scomodo per la Chiesa, non è questione che ci possa interessare. Noi, tuttavia, pensiamo che una Chiesa nata dal fervore per la pura parola di Dio e fondata soltanto sulla fede, lungi dal temere questi Volksbücher, debba invece goderne”. La storia, infatti, con la sua ricerca non rende beati, […] ma può dare all’uomo maggior coraggio per fondare la sua vita interiore non su una qualche dottrina altrui, ma su se stesso e su ciò che egli sperimenta del Dio vivente».(9) Per la prima volta si cerca di rendere popolari i risultati delle ricerche scientifiche ed è forse per questo che gli autori tentano di allontanare qualche ovvio pregiudizio sul loro lavoro.

Ciò che caratterizza l’opera di Gunkel è lo sforzo di costruire una storia letteraria dell’Antico Testamento, e quindi di Israele, in cui scienza veterotestamentaria e critica letteraria si sostengano a vicenda. Nel mondo ebraico l’elemento convenzionale assume un ruolo preminente rispetto a quello individuale; è per questo che la storia letteraria diventa una storia dei generi. Una volta individuati, sostiene Gunkel, si potrà definire il ruolo artistico dello scrittore e il suo apporto personale. Il primo passo da compiere è quello di definire lo “Sitz im Leben”, cioè l’occasione per cui sono stati creati determinati generi. Non importa che cosa vogliano dire i racconti nella forma attuale, ma quali siano i contenuti arcaici. Il percorso è presto tracciato(10): prima di tutto l’approccio filologico e la comprensione logica del contesto, poi critica del testo e il tentativo di ricostruzione dell’originale, contestualizzazione politico-sociale e acquisizione di materiale archeologico, critica letteraria per indagare le circostanze ispiratrici del testo e trattazione estetica. L’esegeta, inoltre, pur nel rispetto teologico del testo, deve mantenere il rigore della ricerca storica ed escludere riflessioni non pertinenti alla religione di Israele.

Già Johann Gottfried Herder (1744 – 1803) aveva dato un nuovo impulso alle ricerche sull’Antico Testamento, valorizzando l’aspetto umano del testo, ma senza negarne il fondamento teologico. La sua attenzione si rivolge alle sfumature linguistiche e alle valenze poetiche, impostando un’ermeneutica dai toni romantici, che doveva aiutare il lettore ad immergersi nell’antichità ebraica per respirare l’aria delle origini. Nessuna parafrasi, dunque, nessuna razionalizzazione, ma soltanto la ricerca delle peculiarità di ogni racconto. Forse per questo suo timore di ridurre in prosa un messaggio poetico, Herder non ha mai prodotto una vera esegesi dei testi, tralasciando lo studio del contenuto a favore di una partecipazione emotiva ai racconti biblici. Bisognerà aspettare il XIX secolo perchè si faccia strada un’esegesi storico-grammaticale, che consideri la Bibbia nell’ambito della storia e della letteratura profana.(11)

Di certo, tra le fonti di ispirazione della ricerca di Gunkel ci fu anche l’opera di Julius Wellhausen (1844 – 1918), appassionato studioso della storia di Israele e filologo eccellente. Studiò teologia a Gottinga, dove sarà chiamato ad insegnare negli ultimi anni della sua vita. La sua opera principale, Prolegomena zur Geschichte Israels, del 1899, è una brillante storia dell’evoluzione religiosa di Israele ed è considerata ancora oggi un testo fondamentale.

Il punto di partenza della ricerca di Gunkel sui generi letterari dell’Antico Testamento è il libro della Genesi, a cui dedica un’opera di indiscusso valore scientifico (12). Nel capitolo introduttivo lo definisce «una collezione di saghe». La fiaba nell’Antico Testamento, oltre ad avere un carattere divulgativo, prende in considerazione tutto l’Antico Testamento. La Bibbia racconta le storie di giovani pastori che diventano re, di nascite straordinarie, di demoni, di uomini inghiottiti e poi strappati alla morte da un pesce. “Ma, si chiederà di certo il lettore, che cosa hanno in comune la Bibbia e le fiabe? Non si offende la sacralità del Libro andando a cercare in esso creazioni della fantasia? E come può la solenne religione d’Israele, per non parlare del Nuovo Testamento, contenere elementi che siano pervasi da una fede forse anche poetica, ma di certo meno elevata?” Secondo Gunkel l’Antico Testamento non contiene fiabe ma motivi fiabeschi, che vi compaiono in varianti o aneddoti. Inoltre, Israele comunica con il mondo dell’antico Oriente e spesso si serve di materiale derivato da altre letterature, in particolare da quelle di Babilonia e dell’antica Canaan. La ricerca dei generi letterari deve spingersi fino al periodo della tradizione orale, recuperando elementi arcaici e prejahvistici, di cui rimane soltanto un’eco. Pur mostrando una particolare sensibilità poetica, a differenza di Herder, Gunkel non si ferma all’incantamento. Per arrivare ai motivi ispiratori della fiaba, al suo contesto storico, è necessario «spezzare l’incantesimo»(13) che da genere raffinato e degno dei re, l’ha ridotta a racconto per l’infanzia.

Fu il Romanticismo che portò alla riscoperta delle fiabe e alla monumentale e celebre raccolta dei fratelli Grimm. L’opera, intitolata Kinder- und Hausmärchen ebbe sette edizioni tra il 1812 e il 1858, che videro un’evoluzione del metodo di raccolta. Dalla semplice trascrizione dei testi, Jakob e Wilhelm Grimm passarono ad una ricostruzione delle fiabe supportata dall’analisi delle diverse varianti. Il successo del volume e il diffondersi dello spirito romantico spinsero altri scrittori, come ad esempio Hans Christian Andersen, o studiosi come Aleksandr Nikolaevič Afanas’ev (14), a raccogliere fiabe popolari. Per Gunkel è particolarmente significativa la classificazione di Johannes Bolte e Jirì Polivka, in cui sono comprese, tra le altre, sia Le mille e una notte, sia i quattrocento testi di Afanas’ev e ogni fiaba è integrata con varianti di tutto il mondo.(15)

Contemporaneamente si sviluppò la ricerca critica.(16) Gunkel si riferisce, in particolare, alla scuola finnica, nata con Julius Krohn (1835 – 1888), studioso di folklore che introdusse il metodo storico-geografico. Antti Aarne, definì il “tipo” come una narrazione completa e indipendente formata da più motivi, unità minima di un racconto, capace di persistere nella tradizione. La sua ricerca sfociò nel 1910 in un indice dei tipi, una sorta di catalogo numerato dei motivi ricorrenti (17), che venne in seguito ripreso dal folklorista statunitense Stith Thompson (1885-1976), dando origine al sistema di classificazione Aarne-Thompson.

Utilizzando e integrando tutti questi strumenti, Gunkel vuole tentare di raccogliere dall’Antico Testamento materiale interessante per la ricerca sulla fiaba, offrendo «in questo modo un servizio sia alla critica letteraria sia alla scienza veterotestamentaria» e augurandosi «che il dilettante si appassioni al nuovo metodo di ricerca».

Il nostro saggio affronta in ogni capitolo un tema fiabesco, proponendo una prima classificazione che va dalle fiabe sulla natura, a quelle su giganti, maghi e demoni, dai racconti di bambini a quelli di giovani uomini e donne, senza tralasciare le fiabe sui gruppi sociali. Quando parliamo di fiabe, normalmente intendiamo i racconti di popoli e gruppi primitivi e anche quelli destinati ai nostri bambini. Una delle peculiarità dell’età primitiva, dell’umanità come del singolo individuo, è un’ingenuità che consente di sentirsi parte della natura e di credere ad una lingua degli animali e degli alberi, ad una loro vita del tutto simile alla nostra. Che cosa c’è di strano, quindi, se gli alberi vogliono eleggere il loro re o se il rovo propone la figlia in sposa al cedro del Libano? La storia della proposta di matrimonio del rovo (2 Re 14, 9), è un esempio di invenzione poetica legata ad un’occasione particolare, in questo caso di certo un matrimonio, e riutilizzata nell’Antico Testamento per scopi diversi. Anche il canto funebre per il faraone, composto da Ezechiele (Ez 31) si può senz’altro ricondurre ad un motivo simile, anche se, contenendo la condanna morale della superbia, viene definito da Gunkel una «favola con motivi fiabeschi». Un’altro tema legato alla natura è quello degli alberi che sanguinano, un cattivo presagio che ci rimanda ad un ricordo molto familiare: la selva dei suicidi di Dante.

La natura vive, parla, soffre, ma chi può sentirla? In qualche punto della nostra storia il legame originario si è spezzato ed è diventato difficile ascoltare, accettare il linguaggio immaginifico della fiaba. Il percorso a ritroso proposto da Gunkel, alla ricerca delle radici delle fiabe, e delle nostre origini, richiede mezzi scientifici, ma anche una predisposizione all’ascolto, una sensibilità per quel silenzio incantato che trasforma il vento in un magico sussurro o il sole in un carro di fuoco.

Dagli alberi “vivi”, si passa agli animali che parlano e, talvolta, colgono prima dell’uomo il messaggio divino, come l’asina di Balaam. Il famoso pesce di Giona, a differenza del protagonista, risponde prontamente al comando di Dio. E’ un pesce mostruoso e gigantesco, ma per l’uomo gettato in mare che rischia di affogare è la salvezza, un pò Moby Dick e un pò pescecane di Pinocchio. Il mostro acquatico rappresenta l’origine della vita, il punto di passaggio tra il mondo dei vivi e il nulla. È il Leviatan del libro di Giobbe, signore invincibile di tutte le fiere e memoria di un passato mitico o, come il greco Proteo, il depositario di un sapere segreto.

Seguendo le suggestioni del mare ci ritroviamo a pensare ad Ulisse e al viaggio come metafora della vita e della conoscenza. Il viaggio iniziatico richiede tempi lunghi, occupa tutto il racconto. Ci sono da superare le mille difficoltà del percorso in cambio di un premio che non è altro che l’esperienza acquisita. Nel IV libro di Ezra l’eroe deve percorrere una strada molto pericolosa, per conquistare una ricca città e questo è il pensiero conclusivo: «Ma se questa città venisse data a qualcuno in eredità, come potrà l’erede ricevere la sua eredità, se non sarà passato attraverso il pericolo posto dinanzi a lui?». (18) Questo libro apocrifo, citato più volte da Gunkel, risale al II secolo a. C. ed è stato composto in ambiente giudaico. È un testo apocalittico suddiviso in sette episodi o visioni. Anche qui, tra i presagi negativi c’è il legno che sanguina. Nella visione della creazione, diversamente dal racconto canonico, il profeta ricorda la nascita di Leviatan e Behemot.

            La mitologia babilonese si scopre facilmente nel racconto della creazione o in quello del diluvio universale, ma spesso traspare da particolari che sembrano dimenticati, sopravissuti ad un rimpasto finalizzato ad accogliere nel modo più solenne i principi della nuova religione. Nella saga di Penuel, per esempio, Giacobbe lotta con un demone notturno, così come Mosè e la moglie Zippora. I demoni agiscono di notte e fuggono alle prime luci dell’alba o al canto del gallo. Nel prologo del libro di Giobbe, la scommessa tra Jahve e Satana lascia intendere un rapporto tra pari. Non si coglie il senso di una distanza nelle parole arroganti di Satana. Molto probabilmente in origine si trattava dello scontro tra un dio protettore ed un demone malvagio.

            I racconti di spiriti e demoni si ricollegano anche ad un’immagine del folklore nordeuropeo: la caccia selvaggia. Si narra che in certe notti magiche, in cui per poche terribili ore, si apre un varco tra il mondo degli uomini e quello degli spettri, si possa assistere ad un corteo notturno di esseri sovrannaturali che attraversano il cielo e le foreste in una furiosa battuta di caccia. Nella nostra tradizione alpina viene talvolta associata alla figura di re Teodorico. Ovviamente, si tratta di un presagio nefasto e chi viene sorpreso a guardare può essere rapito e trascinato nel mondo degli spettri. Dice bene Gunkel: «Che mondo variopinto!»

            Nello studio delle fonti l’autore separa dal codice sacerdotale e dalla redazione finale lo Jahvista e l’Elohista, sottolineando le discordanze, ma senza farsi sedurre dalla possibilità di un comodo raggruppamento. L’obiettivo finale del ricercatore, anche oggi, rimane quello di scoprire le vie di trasmissione della tradizione orale.

Nell’introduzione al suo commento alla Genesi, dichiara: “Si può forse rimpiangere che non sia arrivato un ultimo, geniale poeta a riunire le singole storie in un grande insieme poetico, una vera ‘epopea nazionale di Israele’. Israele ha prodotto grandi riformatori religiosi, che animati da uno spirito devoto hanno raccolto in una vasta unità le disperse tradizioni del loro popolo, ma non ha generato nessun Omero. Per la nostra ricerca è in ogni caso una fortuna. Noi, infatti, siamo in grado di cogliere la storia dell’intero processo proprio perchè non si è giunti a una grande opera poetica e i vari pezzi sono essenzialmente rimasti l’uno accanto all’altro senza mescolarsi”.(19)

Nonostante gli auspici di Gunkel sui possibili sviluppi di questo filone di ricerca, gli studi a nostra disposizione sono davvero pochi. Uno di questi, intitolato Aspetti letterari dell’Antico Testamento, è di un allievo di Gunkel, Otto Eißfeldt, e risale al 1934 (in Italia è stato tradotto solo nel 1970). Perciò, a un secolo dalla sua prima apparizione, questo saggio mantiene intatta la propria forza e originalità, grazie anche ad un’esposizione puntuale e ad un linguaggio a tratti poetico, che lascia trasparire la profonda passione dell’autore.

Introduzione a H. Gunkel, La fiaba nell’Antico Testamento, traduzione e cura di Paola Sofia Baghini, Medusa, Milano 2007

NOTE

(1) Per uno studio approfondito sulle ricerche e sul metodo di questa “scuola” si rimanda a Colpe, C., Die religionsgeschichtliche Schule. Darstellung und Kritik ihres Bildes vom gnostischen Erlösermyrhus, Vandenhoeck & Ruprecht , Göttingen 1961; per informazioni generali e biografie degli studiosi cf. Rudolph. K., Religionsgeschichtliche Schule in “Enciclopedia delle religioni” diretta da Mircea Eliade, edizione tematica europea a cura di Dario M. Cosi, Luigi Saibene, Roberto Scagno, Marzorati, Jaka Book, Milano 1993, V, 453; Lüdemann, G., e Schröder, M., Die Religionsgeschichtliche Schule in Göttingen, Vandenhoeck & Ruprecht , Göttingen 1987.

(2) Eißfeldt, O., Religionsgeschichtliche Schule, in “Die Religion in Geschichte und Gegenwart”, a cura di Hermann Gunkel e Leopold Zscharnack, 2. ed., Mohr, Tübingen 1927-1932, IV, col. 1898 s.

(3) Cf. Per esempio Bultmann, R., Nuovo Testamento e mitologia Il manifesto della demitizzazione, Queriniana, Brescia 1970, 20057.

(4) Gunkel, H., Theologie und Religionsgeshcichte. Eecensione di Max Reischle, in “Deutsche Literaturzeitung” 25 (1904), 1100 – 1110, citazione a pag. 1109.

(5) Gunkel, H., Die Wirkungen des Heiligen Geistes. Nach den popularen Anschauungen der apostolischen Zeit und der Lehre des Apostels Paulus, Vandenhoeck & Ruprecht , Göttingen 18952. Questo libro è la tesi di laurea di Gunkel e risale al 1888; Schöpfung und Chaos in Urzeit una Endzeit, Vandenhoeck & Ruprecht , Göttingen 1895.

(6) Si tratta di una collana fondata nel 1903 da Gunkel e Bousset ed edita ancora oggi a Gottinga da Vandenhoeck & Ruprecht. Il volume inaugurale fu Zum religionsgeschichtliche Verständnis des neuen Testaments di Gunkel. Fa parte di questa collana anche la monografia di C. Colpe citata nella nota 1.

(7) È un dizionario enciclopedico in cui ogni voce è redatta affrontando il tema in due paragrafi, uno geschichtlich e uno teologisch. La prima edizione è degli anni 1909 – 1913, in seguito ci furono altre tre edizioni sempre a cura della casa editrice Mohr di Tübingen. Oggi siamo arrivati all’edizione elettronica in cd-rom, Direktmedia Publishing, Berlino 2000.

(8) La collana vide la luce nel 1903 per i tipi di Gebauer-schwetschke Verlag e dal 1906 passò alla casa editrice Mohr e fu curata da Friedrich Michael Schiele.

(9) Cf. Lüdemann, G., e Schröder, M., Die Religionsgeschichtliche Schule in Göttingen, cit., illustrazione 66, pag. 116; Kraus, H. J., L’Antico Testamento nella ricerca storico-critica dalla Riforma ad oggi, EDB, Bologna 1975, pag.508 s.

(10) Gunkel, H., Ziele und Methoden der Erklärung des Alten Testaments, in Reden und Aufsätze, Vandenhoeck & Ruprecht , Göttingen 1913, pp. 15 ss.

(11) Per una storia della scienza veterotestamentaria, delle sue problematiche e dei suoi possibili sviluppi si rimanda a Kraus, H. J., L’Antico Testamento nella ricerca storico-critica dalla Riforma ad oggi, cit. e al bel saggio di Fausto Parente che introduce Gunkel, H., I profeti, Sansoni, Firenze 1967. Per un’introduzione storica, letteraria e teologica all’Antico Testamento cf. Ravasi, G., Antico Testamento, Piemme, Casale Monferrato 20042.

(12) Genesis, übersetzt und erklärt von Hermanna Gunkel, in Göttinger Handkommentar zum Alten Testament, vol I, Vandenhoeck & Ruprecht , Göttingen 1901. Il volume è giunto, nel 1977, alla 9. edizione. Esiste anche una traduzione inglese abbastanza recente: Genesis, translated and interpreted by Hermann Gunkel, translated by Mark E. Biddle, foreword by Ernest W. Nicholson, Mercer Univ. Press, Macon (Georgia ) 1997.

(13) La frase è mutuata da Zipes, J., Spezzare l’incantesimo. Teorie radicali su fiabe e racconti popolari, Mondadori, Milano 2004.

(14) Aleksandr Nikolaevič Afanas’ev (1826-1871), studioso e amante del folklore slavo, pubblicò numerose leggende e fiabe russe. Per questo lavoro e per i suoi contributi scientifici su tale materia ottenne diversi premi negli anni intorno al 1860.

(15) Bolte, J., e Polivka, G., Anmerkungen zu den Kinder- und Hausmärchen der Brüder Grimm, Dieterich, Leipzig, 1913-32.

(16) Per la ricerca letteraria sulle fiabe citiamo nella traduzione italiana alcuni testi ‘classici’: Propp, V. Ja., Morfologia della fiaba, Einaudi, Torino 1966, 1988, 2000; Lüthi, M., La fiaba popolare europea. Forma e natura, Mursia, Milano 1979-1992; Todorov, T., La letteratura fantastica, Garzanti, Milano 2000, 2005.

(17) Aarne, A., Verzeichnis der Märchentypen, in “Folklore Fellows Comunications”, 3, Suomalaisen tiedeakatemian, Helsinki 1910.

(18) IV Ezra 7, 9.

(19) Genesis, übersetzt und erklärt von Hermann Gunkel, in Göttinger Handkommentar zum Alten Testament, vol I, Vandenhoeck & Ruprecht , Göttingen 19225, pp. XCIX s.

Condivisione

Fuori piove. Attraverso i vetri affiorano imprecisi i contorni dei tetti e delle colline. Non mi piacciono le mattine d’inverno, ma questa ha un sapore speciale. Sa di cioccolato e caffè e porta un dono prezioso, una condivisione di studio e passioni, che rischiara l’umido grigiore e annulla l’inevitabile distanza temporale.

Condivisione