Una notte in Amazzonia

IMG_1554Il mio incontro con la foresta amazzonica avvenne di notte. Partimmo da Manaus in battello, al tramonto di una giornata piovosa e navigammo sul Rio Negro per quasi cinque ore, immersi in un’unica oscurità di cielo ed acque, senza che nessuna traccia umana turbasse la nostra sensazione di essere ormai lontani da tutto.

Sul ponte del battello, a causa del vento freddo, rimanemmo in pochi romantici e nessuno di noi osava parlare se non sommessamente, per non rompere l’incantesimo. Poi, all’improvviso, un tremolio di luci sulla riva: eravamo arrivati al nostro lodge.

La sera successiva, dopo cena qualcuno lanciò l’idea: prendere le canoe e goderci la notte amazzonica navigando sul fiume.

Così, scivolando lentamente su quelle acque di ematite, ci allontanammo dal lodge. La notte era limpidissima e tanto ricca di stelle da far perdere l’orientamento. Il fascino di quello spettacolo era amplificato dallo specchio perfetto delle acque, che creava l’illusione di essere abbracciati da un unico cielo stellato, quasi stessimo navigando nello spazio.

Facemmo ritorno costeggiando la riva e immergendoci nella vegetazione lussureggiante, fummo sorpresi da un nuovo prodigio. Tra le fronde si nascondevano altre stelle: decine e decine di lucciole che danzavano incuranti della nostra presenza.

Andarsene non fu mai così difficile.

 

E se Gregor Samsa si risvegliasse uomo?

FullSizeRender-2Tutti conosciamo la drammatica storia di Gregor Samsa, narrata da Kafka nel suo angosciante racconto La metamorfosi. La vicenda si conclude mestamente, con la morte del protagonista, solo e abbandonato dopo la sua trasformazione in scarafaggio.

E se invece gli fosse data un’altra possibilità? Se lo scarafaggio Gregor, al suo risveglio, scoprisse di essere diventato un essere umano, cosa accadrebbe? Ce lo racconta Murakami Haruki, in una novella geniale intitolata Samsa innamorato.

La sua narrazione onirica ci introduce nell’appartamento della famiglia Samsa, abbandonato in tutta fretta e apparentemente senza motivo dai suoi abitanti, proprio quando il povero Gregor si risveglia senza carapace, in un corpo che stenta a riconoscere e che gli appare totalmente indifeso.

Mentre cerca di gestire nel migliore dei modi il nuovo involucro, Gregor incontra per caso una ragazza dai modi sbrigativi, inacidita e con una gobba vistosa, che suscita in lui un inaspettato desiderio sessuale e, forse, amore. Tutto è sorprendente per il nuovo Gregor, in bilico fra reminiscenze contrastanti delle sue vite passate. Seguiamo, dunque, la nascita di questo nuovo essere umano, a tratti comico nella sua ingenuità ed immediatezza di sentimenti e scopriamo che l’eco di ciò che è stato, riaffiora nelle sue prime caratterizzanti manifestazioni. Il senso del racconto sta proprio qui. Murakami, a sorpresa, risolve la clustrofobia espressionista di Kafka in un messaggio romantico in stile Hugo.

Gregor, il disgustoso diverso, il reietto, una volta (ri)diventato uomo non può farsi condizionare dall’apparenza e riesce a vedere ciò che c’è di amabile anche sotto una corazza sgraziata.

Murakami Haruki, Samsa innamorato, in Uomini senza donne, Einaudi, Torino 2015

 

Ernesto Buonaiuti e Raffaele Pettazzoni. Alcune lettere inedite.

Nel Fondo Pettazzoni della biblioteca Giulio Cesare Croce di S. Giovanni in Persiceto sono conservate alcune lettere scritte da Ernesto Buonaiuti a Raffaele Pettazzoni tra il 1916 e 1941, proprio gli anni in cui la storia delle religioni diviene disciplina universitaria e si apre agli studi europei. Purtroppo le lettere non sono molte e la corrispondenza destinata a Buonaiuti è limitata ad alcune minute, ma ciò nonostante il carteggio offre un interessante ritratto dell’ambiente culturale dell’epoca.

Animato da una duplice vocazione di sacerdote e di studioso, che aveva trovato la sintesi ideale nella nomina a docente di Storia del Cristianesimo nel 1915, Buonaiuti fondò e diresse riviste e periodici, fu scrittore e saggista e si trovò sempre costretto a lottare perché gli fosse riconosciuta piena autonomia nell’insegnamento e nella ricerca con la possibilità di applicare il metodo storico-critico anche ai testi della tradizione cristiana.

Il rapporto con Pettazzoni fu segnato sin dal suo nascere dall’ostilità della Chiesa.

La «Rivista di Scienza delle Religioni», che vedeva coinvolti nel comitato di redazione, oltre a Buonaiuti e Pettazzoni, anche Giulio Farina, Umberto Fracassini, Uberto Pestalozza, Luigi Salvatorelli e Nicola Turchi fu presto condannata dal Santo Uffizio e Buonaiuti sospeso a divinis.

Le oggettive difficoltà di Buonaiuti nella ripresa dell’attività non lasciavano margini per una serena collaborazione. Pur condividendo la realizzazione della Scuola di studi storico-religiosi presso l’Università di Roma e l’impegno per la creazione di nuove cattedre di storia delle religioni in altri atenei italiani, Pettazzoni cessò la collaborazione editoriale e prese le distanze dal collega. Il timore che questa collaborazione fosse di ostacolo all’autonomia scientifica e allo sviluppo stesso degli studi storico-religiosi non era del tutto infondato e, infatti, all’inizio del 1925, la carriera di Buonaiuti subisce un tragico arresto. Dopo mesi di ripetuti attacchi contro le sue attività culturali il Santo Uffizio gli infligge la scomunica nella sua forma più grave: tutte le sue opere vengono inserite nell’indice dei libri proibiti, viene privato coattivamente dell’abito talare, gli viene fatto divieto di insegnare materie attinenti alla religione nelle scuole pubbliche e viene dichiarato vitandus.

I rapporti tra i due studiosi divennero sempre più formali e talvolta ostili, condizionati dal clima di sospetto e frustrazione in cui viveva Buonaiuti e dall’atteggiamento risoluto di Pettazzoni che non ammetteva l’interferenza di turbamenti personali nella sua difesa appassionatamente laica dell’autonomia degli studi storico-religiosi. Nel carteggio non ci sono accenni diretti alle scomuniche o al mancato giuramento fascista che gli precluse definitivamente l’insegnamento universitario e solo in un caso l’autore accenna tristemente alle sue difficoltà economiche, ma nelle lettere di risposta di Pettazzoni non traspare la benché minima traccia di umana partecipazione alle vicissitudini del collega.

Abstract del saggio pubblicato in SMSR 77(1/2011), pp.42–64.

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Lorenza Mazzetti

FullSizeRender-1-1Lorenza Mazzetti, una delle fondatrici del Free Cinema Movement, è una piccola signora piena di energia e a tratti svagata. Il racconto della sua spumeggiante esperienza londinese, reso in modo vivace ed arguto, si interrompe in pause che hanno ancora il sapore del dolore. La fuga a Londra le ha permesso di rimuovere i suoi ricordi il tempo necessario per ripartire da sè e usare la sua vena creativa come nuova possibilità di vita. Dall’Italia, dice, era fuggita per dimenticare. Orfana di entrambi i genitori, viene adottata con la sorella dalla zia paterna, sposata a Robert Einstein, cugino del famoso Albert. Dopo anni di vita serena e agiata, una mattina, mentre lo zio era fuori e proprio quando la guerra stava per finire, un commando tedesco irrompe nella villa e uccide senza pietà la zia e le cuginette, lasciando in vita Lorenza e la sorella. Lo zio non riuscirà a sopportare la tragedia e si suiciderà. Una tragedia oscurata dalla censura militare, ma vivida e presente nella mente di Lorenza. È questo l’indomabile dolore che, nonostante la fuga a Londra, il sostegno salvifico dell’arte e la terapia psicoanalitica, riaffiora in quelle pause apparentemente svagate, in quella stanchezza che la spinge a chiedere al pubblico che l’ascolta rapito: non fatemi domande, per favore.

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