Pierre. In ricordo del mio amato cane.

Con profonda tenerezza Yoram Kaniuk ci parla del suo cane, Pierre, e del dolore per la sua perdita. Le parole scorrono, i ricordi prendono vita accompagnati dai delicati disegni di Karen Lee Vendriger. “Il nostro Pierre non è nato. Si è partorito da solo in un bidone dell’immondizia”. Dal ritrovamento, all’amore particolare per la figlia dell’autore, dalla festa per il suo bar-mitzvà, alla relazione intima e telepatica sviluppata nei bellissimi anni di convivenza, tutto il racconto “è la narrazione di una storia d’amore tra gli umani e gli animali”. Come dice Paolo De Benedetti, nella postfazione, “l’amore che un animale esprime è totale perchè non è soggetto alle complicazioni dell’amore umano”. Un cane si lega con questo amore incondizionato al suo padrone. Anche quando gioca e corre via, torna a controllare che il suo padrone sia sempre lì, può  aspettare il suo ritorno per un tempo infinito, con devozione, come succede a Pierre, come già Argo aveva atteso Ulisse resistendo alla morte.

L’ho letto tutto d’un fiato, già sapendo che avrebbe fatto riaffiorare il ricordo del mio cane, il mio dolcissimo gigante Hagrid. Ho condiviso con lui momenti di gioia, tenerezza e, alla fine, di profondo dolore di fronte ad una terribile e invincibile malattia, che me l’ha portato via. Gli sono stata accanto fino all’ultimo respiro e gli sono ancora grata per avermi coccolata, fatta ridere, stuzzicata, per aver accettato incertezze e inutili sgridate, per essere stato un vero amico, per essere diventato il super eroe di mio figlio.

Si stupirà, forse, chi non ha avuto un cane al suo fianco, se confesso, che ancora adesso, mentre scrivo, sento scorrere una lacrima di commozione e nostalgia. Dopotutto era solo un animale, mi hanno detto. Certo era un animale, un essere che come me, come noi, è contraddistintoIMG_0044 da una qualità fondamentale: il respiro, l’anima, l’anemos, il soffio vitale che condividiamo con gradi diversi di responsabilità e consapevolezza. Vi sembra poco?

Hai proprio ragione Yoram: “Ci sono forse uomini, bambini, pesci, uccelli o cactus capaci di capire il dolore che ci afferra quando il cane amato muore? Come si apra una voragine profonda e non ci sia niente con cui riempirla?».

 

Yoram Kaniuk, Pierre. In ricordo del mio amato cane, Giuntina, Firenze 2017

Le nuvole

IMG_0043“Per due giorni continuarono a correre sfilacciate e mute […] scomparendo in qualche punto alle nostre spalle in un orizzonte già percorso. […] A volte erano gialle, arancioni, rosse, lilla, violette, ma anche verdi, dorate e persino azzurre. Anche se tutte si assomigliavano, non ne esistevano, non ne erano esistite sin dalle origini del mondo né ne sarebbero esistite sino alla fine inconcepibile del tempo due identiche”.

Non avevo mai letto nulla di Saer, definito da molti critici l’erede di Borges e così, attirata dalla bella copertina grafica e dal titolo, qualche giorno fa ho deciso che era giunto il momento di fare la sua conoscenza.

Un giovane medico deve accompagnare cinque pazienti in un sanatorio di nuova concezione, ideato da un noto psichiatra austriaco. Il viaggio si snoda nella pampa desolata e grandiosa ad un tempo. Fin dall’esordio si rivela ricco di difficoltà e di sorprese: un caldo improvviso e fuori stagione, un incendio inatteso, predoni sanguinari aggiungono tensione al compito già impegnativo del dottor Real. La carovana che accompagna i pazienti è composta di un’umanità variegata fatta di soldati, guide, commercianti e prostitute e il  confine tra presunta normalità e follia, tra realtà e apparenza è labile. La storia più evidente è questa, ma il racconto nasconde molto di più.

Il romanzo parte lentamente, come una carovana in allestimento, le descrizioni dei personaggi e dell’ambiente in cui si muovono prendono corpo pagina dopo pagina, tra pause riflessive e scatti d’azione improvvisa. Lo scrittore sembra non avere fretta di terminare il viaggio per permettere al lettore di assaporare ogni istante del percorso. Come le nuvole, che possono assumere figure riconoscibili e in breve “assumere una forma che contraddiceva quella che avevano avuto fino ad un momento prima”, anche l’accadere “si sviluppa nel tempo come loro, con la strana familiarità delle cose che, nell’istante in cui succedono, svaniscono in quel luogo che mai nessuno ha visitato e che chiamiamo passato”.

Il deserto avvolge e stravolge il cammino, non dà tregua e spinge la ragione a quel confine labile dove ogni certezza svanisce e dove l’unica possibilità di salvezza è prendere le distanze da ciò che si era, ricominciare il cammino dentro di sè, combattendo con il proprio delirio che vuole “forgiare il mondo a sua immagine”.

Juan José Saer, Le nuvole, laNuovafrontiera, Roma 2017

Passato a colori

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Verona ti stupisce, anche se ci vivi, anche se la conosci da sempre. Passeggiando tra vicoli un po’ spenti, edifici in attesa di nuova vita, a due passi dal duomo, ci si può trovare di fronte un affresco, o meglio un disegno, dipinto a pastelli sulla superficie di una finestra murata. Senza autore, senza data, solitario e onirico, se ne sta lì a colorare un angolo di passato.

Your soul is your highest self

teBevete il vostro the’, lentamente e con reverenza, come se fosse l’asse su cui ruota l’universo intero: lentamente, con calma, senza anticipare il futuro. Vivete il momento presente.

Solo il presente e’ vita. Non attaccatevi al futuro. Non preoccupatevi degli impegni che vi aspettano. Non pensate ad alzarvi o a correre via a fare qualcosa.

Non pensate a “partire”.

Thich Nhat Hanh, Il miracolo della presenza mentale.

Femminismo e distrazioni

“Davanti ai libri mi sento come un cane da tartufi. Li cerco col naso, ne sento l’odore, capto i segnali che mandano”.
Si definisce una femminista distratta, ma il suo contributo alla lotta per i diritti delle donne è stato assai significativo. È stata un’editrice curiosa e sensibile. “La Tartaruga” pubblicava esclusivamente donne. Tra queste Virginia Woolf, Grace Paley, Alice Munro.
Nella sua autobiografia ci racconta, con humor ed eleganza la Milano colta e vivace di Radio Popolare, della Libreria delle Donne, del femminismo condiviso con Carla Lonzi e soprattutto di libri.
“Ecco come sono fatti i ricordi, restano quelli che hanno segnato il nostro percorso, gli altri scompaiono anche se sono importanti, anche se ci abbiamo perso tanto tempo. Meglio così, viaggiare leggeri, andare sempre avanti fa stare meglio”.
Laura Lepetit, Autobiografia di una femminista distratta, Nottetempoimage

Verità e apparenza

(Ri)Letture.
imageFacendo ordine tra i miei libri ho ritrovato e riletto questo breve romanzo, che anni fa mi aveva incantata per la sua eleganza.
Tre donne scrivono allo stesso uomo per dirgli addio. Le unisce un inganno che emerge tra atmosfere sospese e ritualità nel continuo intrecciarsi di verità e apparenza. Ogni lettera apre una prospettiva particolare sulla vicenda, fornendo nuovi particolari che vanno a comporre le immagini dei protagonisti e contribuiscono allo svelamento della vicenda. L’architettura precisa del romanzo lascia, tuttavia, una zona d’ombra: ognuno di noi custodisce dentro di sé uno spazio impenetrabile, inesprimibile a parole, destinato a rimanere sconosciuto anche a chi ci sta vicino.

Inoue Yasushi, Il fucile da caccia, Adelphi

T A

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Superando il tempo stanco della quotidianità, oltre la ruggine insidiosa delle mie paure, ciò che mi appare ancora con chiarezza sono queste due lettere, acronimo tenace di noi due: T(i) A(mo).

24 agosto 2016

imageIeri ho incrociato il cammino di una giovane mamma. Teneva la sua bimba neonata avvolta in un marsupio di stoffa colorata. Le ho sorriso e ho pensato: siete bellissime.
La vera bellezza è questa, crudele e quasi impronunciabile nella drammaticità di queste ore, è la vita che resiste e rinasce, nonostante il dolore e la distruzione.

Un divorzio giapponese

image“Per gli smarriti le illusioni dei tre mondi.                                                        Per gl’illuminati la consapevolezza che tutto e’ vano. In origine non v’era ne’ Est ne’ Ovest.  Dove sta il Nord e il Sud?”

Lo ammetto, ho comprato questo libro a scatola chiusa. Ero nella libreria di una stazione, in attesa di un treno in ritardo e mi ha colpito il titolo: Gli insetti preferiscono le ortiche, cioè, come ho scoperto successivamente, “de gustibus non est disputandum”.  Non avevo mai letto nulla di Jun’ichirō Tanizaki e anche questo ha solleticato la mia curiosità.

Si parla di un matrimonio che sta per sfumare in una separazione. Kanamè, il protagonista maschile, ha smesso di desiderare la moglie Misako poco dopo le nozze, causando una sofferenza sommessa, appena sussurrata. Con il tempo sono divenuti dei perfetti estranei, eppure non sanno risolversi a prendere una decisione definitiva. Benchè occidentalizzati, Kanamè e Misako sono ancora molto legati alle convenzioni sociali e alle tradizioni, che trovano espressione nella figura del padre di Misako.
L’autore ci offre un ritratto del suo Giappone di inizio ‘900, elegante e poetico come una pittura tradizionale ad inchiostro, dove vuoto e pieno, silenzi e parole si alternano sapientemente.

Misako, che cerca amore ed una faticosa autonomia, è costretta a subire le decisioni del padre e del marito. Non c’è ancora spazio per una donna “che abbia idee proprie e sensibilità, col passar degli anni diventa noiosa e sgradevole; è quindi meglio innamorarsi di una che si possa amare semplicemente, come una bambola”.
Kanamè, l’eterno indeciso dai pensieri nebulosi, sembra trovare conforto e sicurezza nello stile di vita del suocero.
Accompagnata da una pioggia scrosciante e ristoratrice, la soluzione apparirà come un’illuminazione solo nelle ultime righe del romanzo.

Jun’ichirō Tanizaki, Gli insetti preferiscono le ortiche, Elliot Edizioni 2016